10 Luglio 2009
Infortunio da stress-lavoro correlato
Leggo tra l’esterefatto e il basito il seguente certificato medico del pronto soccorso dell’ospedale xy
SERVIZIO SANITARIO REGIONALE
AZIENDA OSPEDALIERA DI ______
Struttura Complessa Pronto Soccorso e Terapia d’Urgenza - Direttore Dott. ……INAIL - INFORTUNIO: RICHIESTA DI VISITA MEDICA E CERTIFICAZIONE
Caso: INDUSTRIALE Tipo Certificato: PRIMO
INFORTUNATO Cognome_________ Nome________ Data di nascita_________
Osservazioni delle cause e circostanze dell’infortunio:
attacco di panico in seguito a stress lavorativo e diverbio con un responsabile della ditta
Datore di Lavoro: _____________Tel___________Firma del Datore di Lavoro ____ Firma dell’infortunato ____
CERTIFICATO MEDICO
L’infortunato ha dichiarato di aver abbandonato il lavoro il : 03-06-09 alle ore 18.00
Data e ora dell’infortunio: 03-06-09 11:00POSTUMI DI ALTRE LESIONI MALATTIE PREGRESSE RIFERITI O CONSTATATI
ESAME OBIETTIVO E DIAGNOSI
Attacchi di panico da riferito stress lavorativo
REFERTI DI EVENTUALI ACCERTAMENTI PRATICIPROGNOSI Inabilità temporale assoluta al lavoro (artt. 88 e 213 T.U. 1124/65) per giorni 7
Riprende il lavoro il_____________
Pericolo di vita: NO
Si presume invalidità permanente: NON.B. la prognosi espressa nel presente certificato decorre dalla data della sua compilazione
OSSERVAZIONI DEL MEDICO
PRESCRIZIONI TERAPEUTICHE
Ricovero ospedaliero: NO se Si presso: ______
Esami specifici:____________Codice del medico e presidio sanitario: ___
Luogo _______ data 04-06-09 ora 17:04 del rilascio
Mi guardo attorno… ho capito! Sono su scherzi a parte!
No, ’spetta, magari è una cosa grave…
Telefono, sento, mi informo, arrivano un po’ di commenti via mail da esimi colleghi… intanto si capisce cosa è veramente successo (almeno da parte dell’azienda)… comunque sia, ho un’altra folgorazione: ho capito! Sta cambiando un’epoca! I consulenti per la sicurezza non servono più! Son felice, tanto ora faccio il blogger!
No, ’spetta dai, ragioniamo… tiro fuori le nozioni di base…
Dicesi INFORTUNIO un evento dannoso avvenuto per causa violenta in occasione di lavoro (cfr. art. 2, d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124).
ok ragioniamo (senza entrar nel merito del signore infortunato, eh?… almeno per adesso…)
1) evento dannoso = stress / panico - ok (diamolo per buono)
2) causa violenta = “ha alzato la voce il suo capo” (ma non è vero, ci sono i testimoni… le minacce le ha fatte il lavoratore…) - ok (diamolo per buono anche questo)
3) in occasione di lavoro - ok (diamo per scontato che il lavoratore non ha problemi a casa, va d’accordo con la suocera, etc.)
Quindi sembra sia tutto a posto, no?
Segnare sul registro degli infortuni, trasmettere all’INAIL (unitamente al certificato medico di cui sopra) + una copia della denuncia deve essere inviata all’autorità di pubblica sicurezza… e chiudiamo il caso lì… … o no?
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Allego già che ci sono un po’ di commenti delle mail scambiate tra esimi colleghi:
Andrea
So che è restrittivo dire “non ho parole”, ma dico proprio questo: non ho parole!
Direi che mancano due presupposti per considerarlo infortunio sul lavoro: la causa violenta ed il danno (esclusivamente riferito e, certo, non obbiettivabile). Sono certo che l’INAIL non lo riconoscerà infortunio.
Igor
… sono allibito! Vorrei attirare l’attenzione sul fatto che questa condizione sia riferita ad un evento “acuto” sebbene possa essere l’ultimo di una serie, mentre solitamente si ragiona in termini di “condizione cronica”.
Infine la cosa che mi ha colpito di più è il fatto che l’infortunato abbia dichiarato che il fatto è avvenuto alle 11:00 e abbia lasciato il lavoro alle 18:00, 7 ore dopo? Mal si concilia con l’evento acuto, non trovate?
Mauro
Ha requisito di causa violenta quell’evento che, esorbitando dal “normale” andamento del lavoro, può causare una lesione psico-fisica temporanea o permanente dello stato anteriore del soggetto ed è cronologicamente concentrato, al massimo all’interno di un turno lavorativo.
Occorre quindi stabilire se e quando un rimprovero di un superiore o comunque un diverbio con lo stesso sia un fatto esorbitante o sproporzionato rispetto alla norma e questo non è certo facile stabilirlo, anche perché dipende dalle caratteristiche del rimprovero (se eseguito o meno con violenza verbale o accompagnato o meno da azioni violente, giustificato dal codice di disciplina o ingiustificato, se giunge o meno al termine di precedenti tensioni o in seguito ad una escalation delle stesse ecc.), dalle reazioni del ricevente e dalla sua particolare suscettibilità.
Di norma è previsto che chi sbaglia debba essere richiamato o sanzionato secondo le regole del rapporto di lavoro contrattualmente accettate da entrambe le parti, per cui il solo fatto di ricevere un rimprovero verbale o una sanzione non è causa giustificata di “stress”, semmai di contestazione del provvedimento.
Per cui, a differenza dei traumi fisici, le discussioni sul posto di lavoro fanno parte del normale andamento del lavoro e non possono essere considerate “causa violenta”.
Valgono però le riserve di cui sopra e, in ogni caso, non trattandosi di un trauma fisico, che di norma è chiaramente obiettivabile, sarà onere di colui che denuncia il malessere dimostrare che quel malessere deriva da causa violenta in occasione di lavoro.
Allo stato dei fatti e delle considerazioni espresse la risposta è presto data: non si tratta di infortunio sul lavoro a meno che “l’infortunato” non lo dimostri (ad es. con documenti o dichiarazioni testimoniali valide dinanzi alle sedi competenti). Non basta un semplice certificato medico con una diagnosi e con una prognosi.
Il dubbio è altresì rafforzato dal fatto che l’evento sarebbe avvenuto a distanza di 7 ore… ma poi il certificato del PS porta la data del giorno dopo!
L’accesso in pronto soccorso è comunque frutto di una scelta tardiva del lavoratore e non una necessità impellente.
I motivi potrebbero essere diversi: può essere che il lavoratore ha continuato a lavorare fino a che ce la faceva e che quindi, anche ripensando all’accaduto, si sia sentito male in seguito, come può essere frutto di una scelta “ponderata” del lavoratore per una sorta di vendetta… Sono solo ipotesi. Senz’altro, sempre che la diagnosi sia giusta, si tratta di un soggetto emotivamente ipersuscettibile, per cui non è facile contestare la diagnosi.
Certo è che, come detto, manca la “prova” del nesso con una causa estranea al normale rapporto di lavoro per cui, al momento, si tratta di malattia comune.
Valuterà il datore di lavoro quali fatti, circostanze e motivazioni addurre nei confronti dell’INAIL, sia in fase preventiva che a contestazione dell’eventuale riconoscimento da parte dell’Istituto.
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Dico la mia con la seguente premessa: faccio le veci del datore di lavoro cattivo, quello che dice all’autorità deputata al controllo della sicurezza e igiene dei posti di lavoro ealora tien qui le cjavi dela mia asienda e comanda tì… prova tì a tirar avanti… rrramengo!
Un po’ di osservazioni fatte a voce alta, alterata, con sguardo “pallato” e tachicardia:
1 - che tipo di esami son stati fatti in ospedale? ci sono dei valori misurati? (ad es. tachicardia - ancora presente 1 giorno dopo? -, sensazione di peso sul petto, esami clinici, esami del sangue) - NB: chi è soggetto ad attacchi di panico sa di esserlo… dal niente non viene… è una CRISI NERVOSA (magari tipica delle persone a turni…)… che codice di priorità aveva in pronto soccorso? che triage hanno usato o si deve usare in questi casi?
2 - se non ci sono esami diagnostici precisi, allora denuncio il medico dell’ospedale che ha scritto quella roba lì
3 - non ci sono lesioni e quindi contesto all’inail l’infortunio perché anche è da dimostrare la causa violenta
4 - prendo un provvedimento disciplinare verso il lavoratore con raccolta testimonianze
5 - la persona fa uso di farmaci? ha problemi a casa (magari è appena stato lasciato dalla moglie o ha una suocera insopportabile…)?
6 - perché non ha scritto il medico che è anche in pericolo di vita e che si presume l’invalidità permanente?
7 - perché non è stato, già che erano, ricoverato in ospedale?
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Provo a concludere… qui siamo difronte ad una nuova frontiera! Non sono SCHERZI A PARTE ma AI CONFINI DELLA REALTA’ e mi chiedo: ma dobbiamo subire sempre queste cose che portano il ns mestiere a dover accettare questi infortuni?
E per ns mestiere intendo quello che voglion esercitare coloro che si impegnano a prevenire e guardare in faccia le cose come stanno, discernere i limiti del lecito e del legalmente sostenibile, della tutela SACROSANTA della salute e sicurezza sui posti di lavoro… e dagli approfittatori.
Se questi limiti spariscono, allora sparisce anche lo scopo di quel che facciamo e quindi il ns mestiere.
PS: ripeto, voglio far l’arrabbiato e il malfidente, il fastidioso…


Scritto il 10-7-2009 alle ore 14:45
Finalmente qualcosa di nuovo sullo stress lavoro correlato.
Non spetta a me dire se si possa parlare di infortunio o meno, ma cmq se è stato denunciato dopo 7 ore, questo arco temporale ci sta tutto nella definizione di infortunio e certamente ancora è sufficiente a mantenere in piedi il nesso tra il verificarsi dell’evento dannoso e il tempo entro il quale il danno si è manifestato.
Trattasi, infatti, sicuramente di un evento dannoso (il danno non è detto che debba essere per forza di tipo fisico); non ci trovo nulla di strano nel fatto che il diverbio venga considerato “causa violenta”: le stesse azioni di stalking o mobbing vengono, giustamente, considerate “violenze” dalla norma.
Più interessanti e meritevoli di attenzione, sono invece, del tuo elenco di punti, in particolare i punti 1 e 2, quelli che secondo me sono necessari per dirimere la questione e dimostrare il nesso tra lavoro e danno, nonchè la presenza effettiva del danno stesso.
Scritto il 10-7-2009 alle ore 15:40
Aspetta che vado a fare lo stesso tentativo con il mio datore di lavoro…
SCHERZI A PARTE (o come dici tu AI CONFINI DELLA REALTA’…), il mobbing e stalking e altre forme di stress lavoro correlato, da quello che conosco della materia (imparato ai corsi per RSPP), hanno bisogno di prove molto valide e con testimoni di fiducia… Inoltre le prove di laboratorio (quelle che hai elencato sopra…) dovrebbero andare a corredo della stessa. Pertanto mi sembra una cosa molto difficile che prenda piede e io prenderei il medico che ha scritto il certificato per chiedergli in base a quali criteri è riuscito a dimostrare le cose che ha scritto. Oppure si è basato solo sulle parole del “infortunato”. Nel secondo caso, e se la cosa passa, penso che nell’arco di 1 mese avremo 99% delle persone che lavorano (circa 30 milioni) che vanno da quel medico e gli chiedono un “certificatino” per 7-10-20 giorni… Tanto manca poco alle ferie, perché non allungarle un pò…
Scritto il 10-7-2009 alle ore 19:03
A mio parere, se è vero attacco di panico, la definizione di infortunio ci sta tutta.
Marzio
Scritto il 10-7-2009 alle ore 22:10
Andrea: 1 giorno e 6 ore e 4 minuti dopo è stato “visitato”
Marzio, manca la dimostrazione che è un attacco di panico… lo diagnostici come? e se la sera ha fatto baruffa con la fidanzata?
Mi spiego cosa mi indigna fortemente: dire che si ha un tumore per intenerire le persone è mancare di rispetto a chi sta combattendo o a chi ha perso i cari con questa malattia
Dire che si ha avuto un attacco di panico per far dispetto al proprio datore di lavoro è mancare di rispetto a chi veramente ce li ha questi problemi seri
E poi, nascono dei paradossi interessanti… magari faccio un altro post
Scritto il 11-7-2009 alle ore 16:06
Concordo nel considerare che i fattori di stress negativi possano avere influenza sui comportamenti di un lavoratore e di conseguenza possano ridurre il suo livello di attenzione e di prudenza.
Se dopo il diverbio il lavoratore avesse subito un danno fisico o un incidente alla guida di un mezzo operativo, allora assumerei sicuramente come una delle condizioni pericolose anche quella del suo alterato stato psicologico.
Acceterei anche l’infortunio nella situazione in cui il lavoratore avesse manifestato un attacco d’ira durante l’orario di lavoro tale da non permettegli di continuare a svolgere le noramli operazioni con conseguente abbandono del posto di lavoro.
Non sono medico e poi molto dipende da cosa il lavoratore ha riferito in sede di visita, ma la diagnosi mi sembra incoerente ai fini del nesso causale per un infortunio. Anche l’assenza di altri esami e accertamenti mi porta a considerare che il medico sia stato un po’ troppo sbrigativo e fin troppo prudente nel determinare una inabilità di 7gg. Un attacco di panico non è caratterizzato dalla sua improvvisa comparsa senza una apparente ragione e con sintomi precisi ed eziologicamente valutabili anche a posteriori? Diverso quindi da un stato di paura nell’affrontare una difficile situazione stressante come una controversia di lavoro.
Scritto il 11-7-2009 alle ore 16:52
concordo … concordo … concordo …
grazie Fonzar per aver scritto questo commento.
Viviamo in un’era dove il politicamente corretto a tutti i costi ci fa dimenticare il senso della realtà.
Pretendiamo che i posti di lavoro siano dei piccoli paradisi, senza accorgerci che così
- creiamo la giustificazione morale di tutti coloro che si allontanano dal fattibile (”tanto hai sempre torto” …);
- creiamo i presupposti per diverse e non poche “ingiustizie al contrario”.
Se prendessimo atto che “il paradiso può attendere” forse riusciremmo a creare situazioni (di lavoro e non ) migliori per tutti, ed un filtro più decente per tutti i furbi.
La (giusta) valutazione sullo stress lavoro correlato si rende necessaria per correggere situazioni pesanti, non certo per giustificare i lavoratori dalla “sensibilità sviluppata” …
Scritto il 11-7-2009 alle ore 20:06
Grazie Guido del commento
Andry, cavolo! hai detto delle cose con una capacità di sintesi che mi ha folgorato!
… me le annoto sul mio taccuino delle verità assolute …
ah, mi scrive oggi la consulente del lavoro con cui collaboro: “su 8 giorni sono stata 4 volte in direzione del lavoro per vari contenziosi” (e viviamo in provincia, quelle del nord-est, dove la situazione è di solito abbastanza “tranquilla”)
CHI VUOL FARE IL DATORE DI LAVORO SI FACCIA AVANTI CHE GLI DIAMO LA MEDAGLIA!
Scritto il 13-7-2009 alle ore 21:41
Raccolgo un autorevole parere e lo giro qui (l’autore non lo pubblico, ma credetemi, è autorevole)
Intervengo, non tanto per entrare nel merito della vicenda specifica quanto per sintetizzare, gli step essenziali affinché anche un infortunio di tipo psichico possa afferire nell’ambito dell’infortunistica lavorativa.
Ci troviamo di fronte ad un infortunio (concentrato nel turno lavorativo) e non di fronte ad una malattia professionale (diluita nel tempo).
Cause e circostanze che si possono verificare nell’ambito del turno di lavoro (diverbi, discussioni, litigi) opportunamente documentabili (anche con testimonianze);
Immediata reazione di tipo psichico e fisico (reazione d’ansia acuta, tachicardie, eventuali rialzi pressori), comunque al massimo nell’immediatezza della fine del turno lavorativo in modo tale da essere cronologicamente correlato all’evento (in poche parole una certificazione medica, riportante un’obiettività medica e non solo una soggettività, immediatamente dopo l’evento e con un’indicazione prognostica);
Completamente insignificante se il lavoratore ha un vissuto extralavorativa di tipo stressogeno in quanto nell’infortunistica di tipo assicurativo pubblico la preesistenza extralavoro non scioglie il momento causale (cosa che avviene in infortunistica privata).
Scritto il 14-7-2009 alle ore 00:13
Oltre agli aspetti INAIL - leggete qui:
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_PUBBLICAZIONI&nextPage=PUBBLICAZIONI/Tutti_i_titoli/Medicina/Patologia_psichica_da_stress/Patologia_psichica_da_stress/info-753379719.jsp
e qui:
http://normativo.inail.it/BDNInternet/2003/ci200371.htm
mi preoccupa un altro aspetto … E SE DANNO 40 GIORNI DI INFORTUNIO? SONO LESIONI GRAVI!
Argh!
Scritto il 20-8-2009 alle ore 21:21
Finalone: l’inail non ha riconosciuto l’infortunio…
Scritto il 31-8-2009 alle ore 20:02
ciao, mi infastidiscono molto le persone che si approffittano dei certificati medici, sono una dipendente e anche in ufficio da noi abbiamo avuto un caso simile un mese fa, (non è ancora rientrato al lavoro ora che scrivo) ed altri colleghi che prolungano l’infortunio nonostante si vedono girare per il paese rilassati e contenti. . non capisco perchè non si pùo fare nulla per questi casi, anche perchè a rimetterci siamo noi che dobbiamo fare il doppio lavoro, e non siamo cyborg !!! per una volta tanto mi metto dalla parte del datore di lavoro, cosa direbbero i fannulloni se lui un giorno decidesse di chiudere l’attività per andare a pescare in sud america? andrebbero sicuramente dai sindacati a piangere perchè non ricevendo più lo stipendio e non potendo più fare i comodi loro sai che guaio!! allora si che il male al cuore avrebbe un significato. . .
Scritto il 31-8-2009 alle ore 23:44
Ti capisco Patrizia… e grazie per aver capito lo spirito: gli approfittatori e le persone in mala fede ci sono in tutte le categorie!